La sfida delle catapulte digitali

Cosa deve fare un’azienda in ambito IT per affrontare il cambiamento senza perdere di vista i propri valori e la propria etica? Per rispondere e dipanare la matassa, abbiamo partecipato a Nobìlita, il primo festival della cultura del lavoro organizzato da FiordiRisorse. Ci siamo immersi nel pensiero manageriale, nella condivisione di approfondimenti e buone pratiche e abbiamo risposto alla domanda: bisogna diventare catapulte digitali. 

Pensare il cambiamento è una questione di Cultura

Airbag Studio è uno dei primi studi creativi di sviluppo app che sta avviando una coraggiosa riflessione su un nuovo modello organizzativo che fonda IT, business e persone.
E’ per questo che abbiamo partecipato con entusiasmo alla prima edizione di Nobìlita, per trarre il massimo da tutte le esperienze raccontate ma anche fare i conti con i tanti paradossi italiani. Volevamo portarci a casa tutto, perché il nostro progetto è ambizioso e abbiamo bisogno di confrontarci con il mondo fuori.

Venerdì, quindi, sono partita di buon’ora alla volta di Bologna e già osservando l’Adriatico dal finestrino del treno, proprio come ai vecchi tempi universitari, ho capito immediatamente che era il momento di riprendere il filo di tante riflessioni, così come di ripercorrere alcune tappe professionali da cui muovere per dare vita e sostanza al nostro ambizioso lavoro in Airbag Studio! L’Opificio Golinelli, ex stabilimento industriale magnificamente riqualificato in “Cittadella per la Conoscenza e la Cultura”, era già un ottimo inizio.

 

Nobìlita si è aperto con il tema della Fabbrica e un dato netto: nessun giovane oggi ambisce a lavorare nelle fabbriche tradizionali, viste come cantieri isolati, senza creatività, statici. In quel momento il pensiero è andato automaticamente al mio esordio nel mondo del lavoro. Fresca di laurea e piena di aspettative ero entrata nella Fondazione diretta dal professore della mia facoltà, il prof. Federico Butera, che alla Olivetti, nei delicati anni ‘70, guidò la transizione da azienda meccanica ad azienda elettronica. La Olivetti- nel periodo in cui lui era Direttore del Servizio di Ricerche Sociologiche e Studi sull’Organizzazione (SRSO)- era una fabbrica di 40.000 dipendenti con una cultura forte e non votata al puro profitto, ma luogo di rapporti e relazioni umane preservate e protette da un imprenditore illuminato.

Era una Comunità. Questa visione aperta e coraggiosa fu fondamentale negli anni della concorrenza delle macchine elettroniche giapponesi, quando ci si trovò di fronte ad un bivio: cambiare o chiudere. E cambiare significava convertire tutta la manodopera da meccanica ad elettronica, con un piano formativo che avrebbe dovuto coinvolgere 17.000 dipendenti, tra cui 9.200 tecnici. Sarà suonata a molti come un’idea folle, ma di fatto l’impresa titanica fu avviata, con l’erogazione di 50.100 mesi/uomo di nuovi corsi e una media giornaliera di 400 persone in formazione. Il cambiamento – come raccontava il Prof. Butera- fu tutt’altro che indolore ma l’Olivetti sopravvisse grazie alla visione del suo leader e al lavoro di squadra della Fabbrica Comunità. Al contrario l’Olimpia, il loro più grande competitor, chiuse. Il caso di Ivrea, nonostante il successo di quella titanica operazione, mi ha fatto capire tre cose: che il mercato è un negozio di cristalli e le vecchie fabbriche erano creature mastodontiche piuttosto goffe. La seconda, che la tecnologia è per loro come una cura dimagrante. La terza, che il cambiamento è una questione di Cultura, anche se si serve della tecnologia.

 

I volti della cultura d’impresa

Ma in cosa consiste questa Cultura? Oggi “cultura del cambiamento” e “cultura d’impresa sono spesso confuse: la prima ha largamente conquistato i nuovi imprenditori (e i media) mentre il discorso sulla “cultura d’impresa” è invece rimasto troppo spesso in secondo piano. Stiamo parlando di lavoro agile e formazione continua, di etica del lavoro, di valori condivisi ma soprattutto di visione, di competenza tecnica e sensibilità umanistica. In uno dei Quaderni dal carcere Gramsci dichiarava che il mondo del lavoro aveva bisogno di “intellettuali organici”: persone capaci di unire il sapere e il saper fare, la teoria e la pratica, la visione e il prodotto.

Erano gli anni ‘30 e questa chiave di lettura era già stata in qualche modo percepita non in Silicon Valley o in Giappone, ma proprio qui, in Italia. Stefano Micelli, anche lui nel panel dei relatori di Nobìlita, spinge parecchio sulla necessità di tenere le competenze digitali strettamente collegate alla nostra cultura, alla meravigliosa ossessione italiana per il prodotto ben fatto. Maurizio Mazzieri, Senior Advisor Toyota MH, rincara la dose e ad un certo punto afferma “non è il paradigma della total quality in sé che ha reso grande l’impresa giapponese, ma lo Spirito Toyota”, vale a dire che il modello ha funzionato perché faceva perno sui valori della cultura nipponica traslati in ambito aziendale e quindi fortemente connaturati, condivisi da tutti gli attori. Come ha teorizzato Edgar Schein, la cultura è in mano ai leader dell’organizzazione stessa, a cui sono primariamente richiesti il talento e l’intenzione di accrescerla, gestirla e valorizzarla.

 

Quale modello per l’impresa digitale italiana?

La riflessione che ho cullato durante il rientro a casa è che solo chi comprende che cultura e impresa sono facce della stessa medaglia può ricorrere alla prima per cambiare, creare valore e produrre nel rispetto di tutti gli attori coinvolti.E’ proprio da questa consapevolezza che nasce l’urgenza di disegnare un modello organizzativo che parta, perché no, anche dai piccoli centri d’Italia. E’ una sfida che non ha a che fare solo con la tecnologia e il business ma soprattutto con le Persone e il digitale deve essere lo strumento attraverso cui abilitarle. Per citare il prof. Floridi, il digitale deve essere una catapulta che lancia l’impresa responsabile nel futuro.

Questo percorso ci richiederà molti sforzi di interpretazione e vorremmo condividerne le tappe con tutte le persone che dentro Nobìlita ci hanno motivato, con le loro storie, ad andare avanti e a crederci fino in fondo!

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