Passioni | Let’s Play: il fenomeno culturale tra gaming e YouTube

In occasione della Milan Games Week, dal 5 al 7 ottobre i padiglioni di Fiera Milano si sono riempiti di gamer, cosplayer e appassionati di Let’s Play provenienti da tutta Italia. Tra le grandi anteprime dei giochi più attesi, gli ospiti internazionali e i vari tornei previsti dal programma, è stato infatti sorprendente vedere quanto spazio fosse dedicato ad una categoria che, a un primo impatto, sembra avere poco a che fare con il mondo del gaming: quella degli YouTuber.

Let’s Play: cos’è

Sui palchi e presso gli stand della Games Week, i fan hanno infatti avuto modo di conoscere e incontrare non solo professionisti del settore come il game designer francese David Cage, o personaggi di rilievo per la cultura “nerd” come l’attore Charlie Cox, ma anche svariate celebrità del mondo di YouTube, tra cui Favij, Cicciogamer, LaSabri e molti altri.

Per capire chi siano questi soggetti dai nomi impronunciabili e perché siano ospiti di un evento come la Games Week, è fondamentale conoscere la storia che ha legato YouTube al mondo del gaming, creando tra essi una vera e propria simbiosi.

La piattaforma di video-sharing, ideata da tre ex dipendenti di PayPal per facilitare la condivisione di video online, si è rivelata una vera e propria rivoluzione per il mondo del web fin dal suo lancio nel 2005: la crescita rapida ed esponenziale ha portato al suo acquisto da parte di Google già nel 2006, per l’esorbitante cifra di 1.65 miliardi di dollari.

L’accessibilità e la facilità d’uso del sito hanno attratto il pubblico giovane e moderno dei gamer, portando alla nascita di un nuovo format incentrato proprio sui videogiochi: il “Let’s Play” è un video o una serie di video in cui lo YouTuber di turno gioca ad un videogame e lo commenta, solitamente con un’ironia e una leggerezza “fatte in casa” che da subito hanno contraddistinto il genere in mezzo alle più sterili guide, recensioni e anteprime cui i gamer erano abituati. Il successo di questa nuova formula è stato esplosivo e inaspettato, creando un un vero e proprio mercato che nel giro di pochi anni ha trasformato decine di sconosciuti in celebrità multimilionarie.

Le ragioni alla base di questo fenomeno, che per certi versi sembra andare contro il concetto fondamentale di videogioco, sono molteplici: alcuni giochi potrebbero essere troppo intensi o spaventosi per essere giocati personalmente (il genere survival horror di giochi come Amnesia: The Dark Descent, è in assoluto uno dei più amati e seguiti dai Let’s Player e dai loro spettatori), altri potrebbero essere troppo costosi, troppo lunghi o troppo impegnativi. Senza dubbio però, la principale chiave del successo a lungo termine per un canale dedicato a questo tipo di contenuto è la personalità del suo creatore: lo humor, il carisma, l’interazione coi fan e la scelta dei giochi sono fattori importantissimi, tanto quanto la dedizione e la costanza nella produzione e nella pubblicazione di nuovi video, che nel caso di un sito come YouTube possono avere cadenza anche giornaliera.

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“Hey, how’s it going bros? My name is PewDiePie!”

Non si potrebbe trattare questo argomento senza parlare del Let’s Player per eccellenza: lo svedese Felix Kjellberg, meglio conosciuto col soprannome “PewDiePie”, ha creato il suo account nel 2010, e in meno di tre anni è diventato il canale con più iscritti su YouTube. Il suo stile di Let’s Play irriverente ed esorbitante ha accattivato l’attenzione di milioni di spettatori in tutto il mondo, portandolo alla ribalta come volto non ufficiale di YouTube e materializzando un vero e proprio impero ai suoi piedi. Sfruttando la possibilità offerta dal sito di “monetizzare” i propri video con l’inserimento di pubblicità e sponsorship, ha potuto trasformare le visualizzazioni in guadagno effettivo: nel 2015 il reddito lordo annuo di Kjellberg è stato stimato da Forbes all’impressionante cifra di 12 milioni di dollari.

Non sono stati solo gli YouTuber a trarre beneficio dal boom dei Let’s Play, ed è per questo che possiamo parlare di una “simbiosi” tra la piattaforma e l’industria videoludica: i giochi scelti dai creatori più popolari vedono spesso degli incrementi smisurati nelle vendite; un fenomeno non a caso chiamato “PewDiePie effect”. Alcuni sviluppatori, specialmente quelli piccoli o indipendenti, hanno addirittura architettato i propri giochi con l’intento di renderli più fruibili per YouTuber e spettatori: il team di sviluppo di Octodad: Dadliest Catch, ad esempio, ha progettato il gameplay assicurandosi di lasciare spazio alla creatività e allo humor nella soluzione delle sfide presentate dal gioco, proprio con l’intenzione di dare carta bianca ai Let’s Player nella creazione di video più emozionanti e personali. Un’altra tattica molto comune per i game developer è quella di inviare copie digitali dei propri giochi ai maggiori YouTuber, nella speranza che possano essere scelti e resi protagonisti di Let’s Play di successo. Sia chiaro che non tutti i giochi si prestano a questo format, e in alcuni casi il “PewDiePie effect” può diventare addirittura negativo: i videogame più brevi, lineari e incentrati sulla narrativa possono perdere attrattiva quando è possibile semplicemente guardarne un Let’s Play.

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Campo Minato

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Lo stesso YouTube in generale non è privo di lati negativi: il sito ha iniziato ad attirare presto attenzioni e dubbi dall’industria dell’entertainment che non vedeva abbastanza tutelati i diritti d’autore.

Google ha affrontato il problema del copyright con cautela e lungimiranza, iniziando a lavorare già nel 2007 su un avanzato algoritmo di fingerprinting digitale chiamato Content ID, che permette ai detentori di copyright di registrare i propri contenuti nel database di YouTube e lasciare che sia l’algoritmo a scovare usi impropri del materiale, offrendo comunque al proprietario legittimo la scelta di lasciarlo online e di percepire i ricavi generati dalla pubblicità sul video in questione al posto dell’utente che lo aveva caricato.

I canali che subiscono un reclamo generato da Content ID possono comunque difendersi e ottenere una revoca se capaci di dimostrare che il contenuto protetto sia stato utilizzato in maniera abbastanza trasformativa, ma diversi critici del sistema lo trovano comunque eccessivamente sbilanciato a favore delle grandi aziende.

Grazie ad intelligenti (ma costosi) compromessi come questo che YouTube è riuscito a restare a galla tra le pressioni esterne e le controversie nate nel corso degli anni, spesso però proprio a scapito dei content creator del sito che già non sempre hanno vita facile.

Ad-pocalypse Now

Nel 2016, l’anno che lo ha visto tra le 100 persone più influenti secondo la rivista Time, PewDiePie ha iniziato a distaccarsi sempre di più dal genere dei Let’s Play, citando tra le ragioni la ripetitività del format, la costante pressione, e manifestando anche un certo rimorso per il senso dell’umorismo infantile e spesso offensivo che caratterizzava i suoi primi video. Era già troppo tardi: nel 2017 lo YouTuber svedese si è visto al centro di uno scandalo quando il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo che condannava severamente il suo humor, rivelandone dei toni politicamente scorretti e discriminatori.

Google e altri partner del canale, tra cui Disney, hanno immediatamente preso le distanze da Kjellberg, mettendo fine a ogni tipo di collaborazione ufficiale con il celebre gamer. La tensione stava per arrivare al culmine in una rottura dei rapporti tra YouTube e i suoi principali inserzionisti: per fermare l’imminente emorragia, la piattaforma ha introdotto lo strumento in assoluto più controverso nella sua storia: la “demonetizzazione” non a scopo di tutelare il copyright, ma a scopo di andare incontro all’esigenza degli advertiser di distanziarsi dai canali meno “family friendly” e di avere quindi maggiore controllo su quali video andranno a contenere le loro inserzioni. Un nuovo algoritmo si sarebbe occupato della segnalazione automatica di tutti i contenuti ritenuti troppo fuori dalle righe per gli standard dell’industria pubblicitaria.

La prima versione dell’algoritmo di demonetizzazione si è rivelata subito molto più severa del necessario, portando alla demonetizzazione quasi totale di diversi canali incentrati sulla discussione di materie come la politica, la cronaca nera o anche semplicemente i videogiochi survival horror tanto amati dal pubblico dei Let’s Player. Lo scenario catastrofico, che era già stato ipotizzato dallo YouTuber americano Philip DeFranco nel 2016, è stato soprannominato “Adpocalypse” dall’ironica community, un termine creato dall’unione delle parole “Ad”, pubblicità, e “Apocalypse”, apocalisse. Per poter sopravvivere sulla piattaforma, molti creator sono stati costretti a rivolgersi a servizi esterni come Patreon, un sito che permette ai seguaci più appassionati di pagare una membership direttamente ai propri canali preferiti in cambio di anteprime e gadget esclusivi. Altri canali hanno preferito allacciare contatti diretti con gli sponsor integrando messaggi promozionali direttamente nei propri video, mentre altri ancora hanno scelto di adattarsi cambiando completamente il proprio format, i temi affrontati e il target di riferimento.

Game (Not) Over

Sebbene oggi i Let’s Play abbiano perso parte dell’attrattiva per YouTuber e spettatori, il legame che hanno il merito di aver stabilito tra il settore del gaming e il settore del video-sharing è praticamente indissolubile: YouTube è ormai un punto di riferimento e di raccolta per tutto ciò che ha a che fare con i videogame. Delle indagini del 2017 rivelano che gli spettatori dei contenuti a tema gaming, su YouTube più di 517 milioni, e sulla piattaforma concorrente Twitch più di 185 milioni, superano di gran lunga il numero complessivo degli iscritti di Netflix, HBO, ESPN e Hulu.

In Italia, come nel resto del mondo, il fenomeno mediatico di YouTube e dei Let’s Play non ha tardato ad arrivare, conducendo alcuni dei creator italiani più famosi a muovere passi verso il mondo della TV e addirittura del cinema: qualcuno ricorderà il discutibile film a tema gaming Game Therapy, uscito nelle sale italiane nel 2015, che vedeva come protagonista proprio lo YouTuber italiano Favij, uno degli ospiti della Games Week menzionati all’inizio.

Anche i creator che sono rimasti fedeli al format originale del Let’s Play attraverso le controversie godono ancora oggi di grande successo e di una discreta stabilità. Sono ancora tanti i bambini, gli adolescenti e i ragazzi che amano vedere i propri Let’s Player preferiti che giocano a Fortnite e che reagiscono teatralmente a giochi horror come Five Nights at Freddy’s. Nel frattempo, per fortuna, l’algoritmo di demonetizzazione pare essersi rilassato un pò.

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Conclusioni

Nonostante i numeri parlino chiaro, il successo dei “Let’s Player” e la loro presenza massiccia a eventi come la Games Week possono essere ancora frutto di polemica da parte di che non riesce a spiegarsi perché guardare qualcun altro che gioca possa essere così interessante.

La verità è che YouTube e i videogiochi fanno entrambi parte di una nuova forma di intrattenimento che può esistere solo nell’era dell’informazione: guardare video non è un’attività passiva e distante, ma un modo per sentirsi più vicini a realtà e persone dislocate in tutto il pianeta. Guardare un Let’s Play è come passare un pomeriggio nella cameretta di un amico: dopotutto, ogni gamer che si rispetti sa bene che “giocare” con qualcuno non significa necessariamente che tutti abbiano un controller in mano: per giocare basta divertirsi, insieme.